La civiltà cannibale

Lavorare per sopravvivere, governare senza ideali, vivere senza futuro

COSCIENZAEDITORIALE

Francesco De Luca

10/26/202615 min leggere

Una civiltà in contraddizione con sé stessa

Una civiltà può crollare, come è già successo in passato, anche mentre continua a produrre ricchezza. Può svuotarsi dall’interno mentre celebra il proprio progresso, perdere la propria anima mentre moltiplica i profitti, tradire i suoi ideali senza smettere di pronunciarli. Nell'andamento più meschino e incosciente.

È ciò che rischia di accadere alla civiltà occidentale: non una fine improvvisa, ma un’implosione lenta, alimentata dalle sue stesse contraddizioni, già preannunciata da artisti e intellettuali nel XX° secolo. Un sistema che concentra la ricchezza, precarizza il lavoro, trasforma i diritti in costi e il potere in una carriera personale finisce per consumare le fondamenta sulle quali si regge.

Milioni di persone lavorano senza riuscire a vivere con serenità. Le imprese sopportano costi che possono scoraggiare le assunzioni, mentre i salari quasi sempre non garantiscono una vita dignitosa. La politica troppo spesso rincorre il consenso invece di costruire il futuro. Gli interessi economici cercano accesso alle decisioni pubbliche, la corruzione erode la fiducia e la criminalità organizzata continua a sfruttare le debolezze dello Stato unendocisi in un abbraccio fatale. Intanto, risorse immense vengono assorbite dai conflitti, mentre sanità, istruzione, cultura e ambiente attendono investimenti adeguati. Ma tempus fugit e non siamo elfi immortali che possiamo attendere decadi anche solo per una metropolitana.

Non siamo di fronte soltanto a una crisi economica. È una crisi di valori, di responsabilità e di immaginazione politica. Una crisi di civiltà. Una crisi epocale. Abbiamo imparato a misurare quasi tutto in denaro, ma sempre meno a domandarci che cosa meriti davvero valore. Abbiamo confuso la crescita con il progresso, il successo con il merito, il potere con la capacità di governare. Distruggiamo la vita, inquiniamo l'aria, impoveriamo il territorio. Senza pietà. 

Il problema non è la ricchezza in sé, né l’iniziativa privata. È un modello che tende a premiare l’accumulazione senza limiti e a considerare le persone soprattutto come strumenti di produzione o consumo. Quando il profitto diventa l’unico criterio di giudizio, la dignità del lavoro, la solidarietà e il bene comune vengono sacrificati ogni volta che ostacolano il rendimento. Quando smetteremo di inseguire canoni di ricchezza e successo superficiali riusciremo allora a cambiare il mondo. Siamo tutti divenuti Scrooge.

Ci sono segnali che avrebbero dovuto costringerci a fermarci e a riflettere. Giovani che rinunciano ad avere figli perché non possono permetterseli, coppie che rimandano continuamente il progetto di una famiglia, persone che lavorano ma non riescono a immaginare un futuro economicamente stabile. Lo Stato non si vergogna di offrire ridicoli bonus. E poi migliaia di giovani che da anni lasciano l’Italia per cercare altrove stipendi dignitosi, opportunità professionali e condizioni di vita migliori. Non partono necessariamente perché non amano il proprio Paese, ma perché troppo spesso non vedono qui lo spazio per costruire la propria vita. Così come hanno fatto i nostri avi, andando a lavorare nelle miniere del nord Europa o a costruire le ferrovie assieme agli irlandesi, polacchi e cinesi, in America. 

Non sono fenomeni isolati, né semplici scelte individuali. Sono sintomi di un sistema che fatica a garantire sicurezza, prospettive e fiducia nel domani. Quando mettere al mondo un figlio diventa economicamente insostenibile, quando partire sembra l’unica possibilità di realizzarsi e quando restare significa accettare precarietà e rinunce, qualcosa si è spezzato nel patto tra una società e il proprio futuro.

Eppure questi segnali sono sotto gli occhi di tutti da anni. Abbiamo avuto il tempo di comprenderli, discuterli e affrontarli. Troppo spesso, invece, abbiamo scelto di chiudere gli occhi, di girare lo sguardo altrove, di considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere. Ma una crisi ignorata non scompare: si approfondisce. E il conto, prima o poi, lo pagano le generazioni che avrebbero dovuto ereditare un futuro migliore.

Il fallimento più grave non è che pochi diventino sempre più ricchi. È che una società capace di produrre tanta ricchezza non riesca a garantire a tutti una vita dignitosa.

Una civiltà non può dirsi evoluta soltanto perché produce di più, innova più rapidamente o accumula più capitale. Deve essere giudicata anche da come distribuisce le opportunità, protegge i più vulnerabili e prepara il futuro delle generazioni che verranno.

Se il progresso migliora i numeri ma peggiora la vita delle persone, non siamo davanti a un semplice errore di gestione. Siamo davanti a una domanda radicale: a che cosa serve una civiltà, se finisce per rendere invivibile la vita di chi la tiene in piedi?

Da questa domanda bisogna ripartire. Non per rimpiangere un passato che non tornerà, ma per pretendere un futuro diverso.

Il paradosso italiano: lavorare e non riuscire a vivere. Non arrivare a fine mese, non riuscire a risparmiare nulla.

In Italia il lavoro è gravato da un problema strutturale: il costo sostenuto da chi assume può essere elevato, mentre lo stipendio netto percepito dal lavoratore resta insufficiente. Il cuneo fiscale e contributivo contribuisce a creare questa distanza, senza essere l’unica causa dei salari bassi, che dipendono anche dalla produttività, dalla struttura delle imprese e dalle dinamiche contrattuali.

Secondo l’OCSE, nel 2025 il cuneo fiscale per un lavoratore single senza figli con salario medio era pari al 45,8% in Italia, contro il 23% in Svizzera, il 35,9% nei Paesi Bassi e il 35,8% in Danimarca. Il cuneo fiscale misura il peso complessivo di imposte e contributi sul costo del lavoro: non coincide semplicemente con la percentuale trattenuta dalla busta paga.

Anche le ore lavorate meritano una lettura attenta. Secondo Eurostat, nel 2024 la media settimanale effettiva per gli occupati tra 20 e 64 anni, considerando insieme tempo pieno e parziale, era di 32,1 ore nei Paesi Bassi, 33,9 in Danimarca e Germania, 36 nell’Unione europea e 39,8 in Grecia. Questi valori risentono anche della diffusione del part-time e non dimostrano che ogni lavoratore a tempo pieno in quei Paesi lavori meno di un italiano. Mostrano, però, che l’organizzazione del lavoro varia sensibilmente da un sistema economico all’altro. Senza parlare della effettiva necessità per moltissimi lavoratori di andare in ufficio solo per soddisfare le manie di potenza di datori di lavori frustrati o semplicemente sadici o, peggio ancora, semplicemente vetusti.

Il punto non è lavorare meno a ogni costo, ma vivere meglio grazie al lavoro. Non è accettabile che un’impresa debba sostenere costi tanto elevati da essere scoraggiata dall’assumere, mentre chi viene assunto non guadagna abbastanza per vivere con serenità. Né è accettabile che la precarietà e i contratti legalmente consentiti ma degradanti diventino strumenti ordinari per comprimere i costi.

Occorre ridurre il peso fiscale e contributivo sul lavoro, soprattutto per i redditi più bassi, semplificare gli adempimenti delle piccole e medie imprese e rendere più conveniente assumere stabilmente. La flessibilità non può diventare il nome elegante dell’insicurezza permanente. La riforma deve tutelare i lavoratori e, allo stesso tempo, permettere alle imprese sane di crescere e creare occupazione.

Le tasse devono essere giuste, non soltanto alte, ma ridurre davvero gli sprechi e la corruzione. Altrimenti a cosa serve pagare le tasse se vengono sbrodolate in mani incapaci di gestirle?

Pagare le tasse è un dovere civile. Ma la fiducia nel sistema fiscale si indebolisce quando chi lavora con fatica percepisce un prelievo sproporzionato, mentre chi dispone di grandi patrimoni o di strumenti per sottrarsi ai propri obblighi riesce spesso a proteggersi meglio. Come può un lavoratore che guadagna 10 o 20mila euro pagare il 40% di tasse oggi? Come è possibile anche solo pensarlo o, peggio, non pensarci affatto.

Una fiscalità giusta deve essere progressiva, comprensibile e legata alla reale capacità contributiva. Non basta chiedere di più: bisogna spiegare come vengono impiegate le risorse, contrastare l’evasione e verificare che il denaro pubblico produca servizi adeguati.

Come base per una proposta di discussione, si potrebbe immaginare una progressività indicativa di questo tipo:

  • fino a 25.000 euro annui: aliquota del 10–15%;

  • fino a 50.000 euro: 15–20%;

  • fino a 100.000 euro: 30%;

  • fino a 250.000 euro: 35%;

  • fino a 500.000 euro: 40%;

  • oltre 500.000 euro: 50% o più.

Queste percentuali sono una proposta politica orientativa, non un sistema fiscale già definito. Soprattutto, occorre chiarire a quale grandezza economica si applicherebbero: il fatturato non equivale al reddito né all’utile. Un’impresa può avere ricavi elevati e margini ridotti, oppure sostenere costi necessari molto consistenti. Un modello serio dovrebbe quindi distinguere tra persone fisiche, attività professionali e imprese, considerare i costi effettivi e preservare la capacità di investire e assumere.

L’obiettivo non è punire chi produce ricchezza. È impedire che la ricchezza si trasformi in un privilegio sottratto a ogni responsabilità collettiva.

Una politica senza preparazione perde la propria funzione. Eppure siamo stati Patria di grandissimi e illustri pensatori nel passato. Non ci vergogniamo a lasciar parlare persone dalla dubbia preparazione e dalla dubbia ricchezza valoriale? Cosa pensiamo possa succederci se a comandarci sono dei minorati valoriali e cognitivi? 

La crisi economica si intreccia con quella della rappresentanza. Da troppo tempo vediamo persone costruire carriere politiche senza una preparazione adeguata, senza una visione riconoscibile e, talvolta, senza le competenze umane necessarie per comprendere la vita di chi dovrebbero rappresentare.

Non si tratta di sostenere che tutti i politici siano incompetenti. Ci sono persone preparate e oneste che svolgono il proprio compito con serietà. Ma un sistema che premia soprattutto fedeltà, appartenenza, obbedienza e capacità di conservare il potere rischia di mettere in secondo piano merito, cultura e responsabilità. Dove sono i valori veri? Non quelli pronunciati nelle piazze, misti a demagogia e opportunismo da tik tok o instagram? Dove sono?

Governare non è occupare una poltrona, ripetere slogan o amministrare il consenso. Significa comprendere problemi complessi, valutare le conseguenze delle decisioni, ascoltare competenze diverse e assumersi la responsabilità degli errori. Servono preparazione tecnica, equilibrio, sensibilità sociale e indipendenza di giudizio.

Chi non è disposto a studiare, ad ascoltare e a riconoscere i propri limiti dovrebbe interrogarsi seriamente sull’opportunità di candidarsi. La politica non può essere considerata una carriera personale senza obblighi proporzionati al potere esercitato.

E non basta sostituire una generazione con un’altra. La novità anagrafica non garantisce il rinnovamento delle idee. Ciò di cui abbiamo bisogno è una nuova intelligenza: capace di unire competenza tecnica, coscienza etica e comprensione umana. Servono nuovi riferimenti culturali, non nuovi slogan; persone in grado di distinguere il consenso dalla verità, la convenienza dal bene comune, la fedeltà a un gruppo dalla responsabilità verso la collettività.

Lobby, interessi privati e decisioni pubbliche sono ormai alla mercé pubblica, senza più vergognarsi. Perché tanto gli italiani non hanno memoria... È davvero così? Ha memoria la Storia.

Il potere non si esercita soltanto nelle sedi istituzionali. Anche gruppi economici, lobby e interessi organizzati possono influenzare le scelte pubbliche, talvolta in modo legittimo e trasparente, altre volte attraverso relazioni opache e conflitti d’interesse.

Il problema non è che esistano interessi diversi: è che alcuni possano pesare sulle decisioni molto più dei cittadini, senza che sia possibile ricostruire chi abbia chiesto cosa, con quali mezzi e a quale vantaggio.

Per questo servono regole chiare sulla trasparenza delle attività di lobbying, sulla pubblicità degli incontri rilevanti, sui conflitti d’interesse e sul passaggio tra incarichi pubblici e ruoli privati. Chi decide sull’uso delle risorse collettive deve rispondere ai cittadini, non a interessi che restano nascosti.

La fiducia nelle istituzioni non si ricostruisce chiedendo alle persone di credere alle parole dei governanti. Si ricostruisce rendendo verificabili le loro azioni.

Mafia e corruzione: una ferita ancora aperta. 

La criminalità organizzata non è un capitolo separato dalla crisi dello Stato. Dove si intrecciano denaro, corruzione, paura e complicità, la mafia trova spazio per condizionare l’economia, il territorio e le istituzioni.

Dal 1992, anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, l’Italia ha conosciuto importanti indagini, arresti, processi e forme di resistenza civile. Sarebbe ingiusto sostenere che la mafia abbia vinto definitivamente: magistrati, forze dell’ordine, giornalisti, associazioni e cittadini continuano a contrastarla, spesso pagando un prezzo personale elevato. Ma da figlio del Capo di gabinetto dell'Alto Commissariato Antimafia anni 80 e 90, Augusto De Luca, che tanto ha visto e combattuto, prima nell'Antimafia, appunto e, poi, all'Ispettorato generale, posso garantire che è davvero così: le persone oneste non vengono premiate, anzi vengono eliminate, azzittite, perché semplicemente scomode. In un sistema così: come pensiamo possano andare le cose per il futuro dei nostri figli? Vogliamo continuare a girare la faccia dall'altra parte perché non abbiamo tempo? Oppure vogliamo esporci e sacrificarci per un futuro migliore, ma questa volta definitivamente migliore? Perché non agire? Per paura?
Tutto ciò che stiamo vivendo oggi deriva dalla nostra incapacità di combattere il male e, in primis, le mafie. Vi invito a leggere Le Cronache dell'Antimafia, testo che risulterà fondamentale per i posteri. 

Resta evidente, la lotta non può limitarsi alla repressione. La criminalità prospera dove mancano opportunità, dove la pubblica amministrazione è vulnerabile, dove l’illegalità promette guadagni e protezione più rapidamente delle istituzioni.

Contrastare le mafie significa difendere la trasparenza negli appalti, proteggere chi denuncia, colpire i patrimoni illeciti, combattere la corruzione e garantire servizi e opportunità nei territori più fragili. Significa soprattutto impedire che il potere criminale trovi interlocutori o coperture dentro le istituzioni.

Lo Stato deve essere più affidabile della criminalità, non soltanto più forte quando interviene.

La pace è una scelta politica, una scelta umana. Esistenziale. 

Mentre enormi risorse vengono destinate agli armamenti e alle guerre, sanità, istruzione, ricerca e servizi sociali devono spesso fare i conti con vincoli di bilancio. La sicurezza è una responsabilità pubblica, ma non può diventare una giustificazione automatica per una corsa al riarmo senza limiti né una rinuncia alla diplomazia.

La guerra distrugge vite, infrastrutture, economie e possibilità di convivenza. Le sue conseguenze non si esauriscono quando cessano i combattimenti: restano ferite, profughi, debiti, odio e generazioni cresciute nella paura.

Ridurre le tensioni, investire nella diplomazia, sostenere i percorsi negoziali e rafforzare gli strumenti internazionali di prevenzione dei conflitti dovrebbe essere una priorità politica. Le risorse militari devono essere valutate con responsabilità e proporzione, senza trasformare il riarmo permanente nell’orizzonte inevitabile del futuro.

La pace non è ingenuità, non è debolezza. È un lavoro politico difficile, che richiede fermezza, negoziazione e la capacità di riconoscere che la sicurezza di lungo periodo non si costruisce soltanto con le armi.

Il caro carburanti: quando la geopolitica entra nelle tasche dei cittadini cosa pensiamo possa succedere? Politici, pensate? Oppure siete tutti Salvinizzati? La guida è ormai regalata ciecamente agli incapaci. Nani con le bombe in mano e le tasche piene di quattrini.

Le conseguenze delle scelte di politica estera non restano confinate ai palazzi del potere o ai campi di battaglia. Arrivano nelle case, nelle imprese, nei supermercati e nei distributori di carburante. Quando una guerra in Medio Oriente destabilizza i mercati energetici e mette a rischio le rotte di approvvigionamento, il prezzo della benzina e del gasolio può aumentare, trascinando con sé il costo dei trasporti, dei beni alimentari e di numerosi servizi essenziali.

Le conseguenze delle scelte dell’amministrazione Trump e delle tensioni militari in Medio Oriente devono essere valutate anche alla luce di questi effetti economici e sociali. Una politica estera avventata, quando contribuisce ad alimentare instabilità e conflitti, può scaricare una parte consistente dei propri costi su cittadini che non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni prese dai governi. Gli Stati Uniti pagheranno mai tutti i danni che la loro decisione di eleggere un malato mentale pedofilo stupratore violento anempatico come Trump ha provocato in giro per il mondo? Pagheranno mai? 

Quando le famiglie sono già costrette a fare i conti con stipendi insufficienti, affitti elevati e un potere d’acquisto eroso, anche un aumento del prezzo del carburante può diventare la goccia che fa traboccare il vaso. Per chi usa l’automobile per andare al lavoro, per chi vive lontano dai servizi essenziali e per chi gestisce una piccola impresa, il pieno non è una spesa accessoria: è una necessità.

Per gli autotrasportatori, il problema è ancora più diretto. La benzina rappresenta una voce significativa dei costi operativi e i rincari possono comprimere margini già ridotti. Se le tariffe non vengono adeguate e i costi non possono essere trasferiti lungo la filiera, il peso finisce sulle imprese di trasporto, sui lavoratori e, indirettamente, sui consumatori. Le proteste e le mobilitazioni della categoria non possono quindi essere liquidate come un semplice disagio settoriale: sono anche il segnale di una tensione economica che attraversa l’intero sistema produttivo.

Ma proprio quando i cittadini sono più vulnerabili, occorre domandarsi se ogni aumento sia giustificato esclusivamente dall’andamento dei mercati. Le crisi internazionali possono produrre autentici rincari, ma possono anche creare le condizioni per comportamenti speculativi, concentrazioni di potere e profitti straordinari. Le oscillazioni del prezzo del petrolio, i tempi di adeguamento dei listini e la formazione del prezzo finale meritano controlli rigorosi e spiegazioni comprensibili.

Non sarebbe serio affermare, senza prove, che dietro ogni rincaro operino gruppi criminali o organizzazioni invisibili. Sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare la possibilità che interessi economici opachi, operatori dominanti o reti illegali tentino di sfruttare una situazione di emergenza. È proprio per questo che servono autorità di controllo indipendenti, verifiche sulla filiera, trasparenza sui margini e indagini tempestive quando emergono anomalie.

Quando una crisi internazionale diventa un’occasione per arricchirsi sulla necessità altrui, il mercato smette di essere soltanto un meccanismo economico e diventa un problema politico e morale. A farne le spese sono sempre i più deboli, coloro che già erano boccheggianti, soli e abbandonati a se stessi. Come non dovrebbe mai essere. 

Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini senza alimentare illusioni: intervenire dove è possibile, contrastare le speculazioni accertate, sostenere le categorie più esposte e spiegare con chiarezza quali componenti determinano il prezzo alla pompa. La libertà economica non può significare assenza di regole, così come la tutela dei consumatori non può ridursi a dichiarazioni di circostanza.

La domanda da porsi è semplice: chi paga davvero il prezzo delle decisioni politiche, delle guerre e delle crisi energetiche? Se a pagare sono sempre le famiglie, i lavoratori e le piccole imprese, mentre chi dispone di più potere riesce a proteggere i propri margini, allora il problema non è soltanto il costo del carburante. È il modo in cui distribuiamo i sacrifici e i vantaggi all’interno della società.

Investire nella vita, non soltanto nell’emergenza.

Una società si giudica anche da ciò che sceglie di finanziare, da come tratta i più deboli: i malati, gli anziani, i bambini, gli animali, la natura, i morti. La sanità pubblica deve garantire cure tempestive e accessibili; la scuola e l’università devono offrire conoscenza e mobilità sociale; la cultura deve essere riconosciuta come parte essenziale della vita democratica, non come un lusso da sacrificare nei momenti difficili.

Servono inoltre infrastrutture sicure ed efficienti, trasporti adeguati, manutenzione del territorio e investimenti nelle energie rinnovabili. La transizione ecologica deve essere concreta e socialmente giusta: non può scaricare il costo del cambiamento soltanto su famiglie e lavoratori, ma deve accompagnare imprese e comunità nella trasformazione.

Queste priorità non sono spese contrapposte al benessere economico. Sono condizioni che lo rendono possibile. Una popolazione sana, istruita e culturalmente viva è anche una comunità più capace di innovare, partecipare e affrontare le crisi.

Ricostruire una cultura della responsabilità, anzi una cultura. Perché solo la cultura potrà salvarci. Ed è per questo che da figlio di mio padre mi occupo di cultura. Perché l'insegnamento di tutti coloro che si sono sacrificati per noi, a partire dai tanto nominati Falcone e Borsellino, ma l'elenco sarebbe lunghissimo: Matteotti, Mattei, Pasolini, Kennedy, Luther King, Lennon (solo per citare i più famosi): la salvezza è nella cultura. L'ignoranza uccide. La cultura (non la conoscenza) salva. Sapere cose, non vuol dire essere persone di cultura. Nelle menti malate la conoscenza è uno strumento pericoloso, come nelle mani di un quarto Reich.

Le riforme economiche, da sole, non bastano. Nessuna legge può sostituire interamente il senso di responsabilità, così come la buona volontà individuale non può correggere un sistema costruito male.

Occorre recuperare un’etica pubblica fondata sull’onestà intellettuale: saper dire la verità anche quando è scomoda, ammettere un errore, riconoscere una competenza altrui e rinunciare a un vantaggio quando contrasta con l’interesse collettivo.

La cultura è parte di questa ricostruzione. Leggere, discutere, studiare la storia, confrontarsi con l’arte e con il pensiero critico aiuta a non accettare passivamente ciò che viene presentato come inevitabile. Senza cultura, la politica si riduce a comunicazione; senza spirito critico, il cittadino rischia di diventare soltanto un pubblico da conquistare.

La nuova intelligenza di cui abbiamo bisogno deve essere insieme scientifica, sociale e morale. Non basta sapere come fare qualcosa: bisogna domandarsi perché farla, a vantaggio di chi e con quali conseguenze.

Da dove cominciare? Ecco un elenco di punti di problematiche oggettive serie da affrontare per iniziare a risolvere la questione, in maniera pratica.

Il cambiamento non può restare una dichiarazione d’intenti. Deve tradursi in scelte verificabili:

  • ridurre le guerre attraverso diplomazia, negoziati e prevenzione dei conflitti;

  • evitare che il riarmo diventi una priorità permanente e incontestabile;

  • alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sui redditi più bassi;

  • garantire salari dignitosi e discutere l’introduzione di un salario minimo adeguato;

  • rendere meno costose le assunzioni regolari e incentivare il lavoro stabile;

  • contrastare i contratti degradanti e gli abusi della precarietà;

  • semplificare gli adempimenti per le piccole e medie imprese;

  • rafforzare sanità pubblica, scuola, università e cultura;

  • investire in infrastrutture, energie rinnovabili e tutela dell’ambiente;

  • vigilare sui prezzi dei carburanti e contrastare le speculazioni accertate;

  • sostenere famiglie, lavoratori e imprese colpiti dalle crisi energetiche;

  • combattere mafia, corruzione ed evasione fiscale;

  • rendere trasparenti i rapporti tra politica, lobby e interessi privati;

  • pretendere competenza, preparazione, ideali e responsabilità da chi governa.

Non sono soluzioni semplici, né possono essere realizzate tutte in un giorno. Sono però obiettivi concreti sui quali misurare la credibilità di chi chiede fiducia ai cittadini. Se i politici toccano queste questioni nel concreto, in maniera fattiva, allora potranno chiamarsi davvero politici, altrimenti, si chiama fuffa. Giocano per un'altra squadra: le lobby. 

Una civiltà si misura da ciò che non abbandona! La crisi occidentale non è necessariamente un destino irreversibile. Ma non verrà superata difendendo a ogni costo un modello che mostra i propri limiti, né affidandosi a leader che confondono il potere con il servizio pubblico.

Occorre correggere le ingiustizie economiche, restituire dignità al lavoro, ricostruire istituzioni competenti, isolare la criminalità e la corruzione, investire nella conoscenza e considerare la pace una responsabilità concreta. Soprattutto, bisogna tornare a riconoscere che l’economia è uno strumento al servizio della società, non la società uno strumento al servizio dell’economia.

Una civiltà non si misura soltanto dalla ricchezza che accumula, dalle tecnologie che inventa (a cosa serve andare su Marte se non riusciamo nemmeno a risolvere la questione lavoro e diritti?) o dalla forza che esercita. Si misura dalla libertà che garantisce, dalla giustizia che realizza e dalla cura che riserva a chi è più vulnerabile.

Quando lavorare non basta per vivere, quando governare diventa una carriera senza responsabilità e quando il denaro conta più della dignità, non è soltanto il sistema a essere in crisi: è il patto che tiene insieme una comunità.

Una società che smette di prendersi cura delle persone finisce per divorare sé stessa. E una civiltà che vuole sopravvivere deve avere il coraggio di cambiare, prima che siano le sue contraddizioni a farlo al posto suo, prima che, citando Dennis McKenna, questa "astronave in fiamme" chiamata Terra non vada a schiantarsi sulle ceneri del proprio presente.

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